Potere: è sostantivo o verbo?
Ho letto in FaceBook un testo che mi ha fatto riflettere:
"Mi piacciono le persone che lasciano il segno, non le cicatrici.
Sono quelle persone che entrano in punta di piedi nella nostra vita e la attraversano in silenzio.
Parlano i gesti e non la voce alta.
Gridano le emozioni e non la rabbia.
Mi piacciono le persone che lasciano il segno, non le cicatrici, in quel posto chiamato cuore.
Sono quelle persone che non se ne andranno perché quel posto se lo sono conquistato con le piccole attenzioni di ogni giorno"
(Stephen Littleword).
Ci si stagliano davanti oggi tre Re, i Magi, cercatori di verità.
Molti re hanno lasciato cicatrici sulla pelle della storia, questi tre re fanno invece solo una timida comparsa sul palco della storia, in silenzio, e lasciano il segno.
Parlano i gesti e non le parole.
Questi re si trovano a confronto con un bambino.
A parlare di "re" subito viene a galla il concetto di "potere", ma ciò che hanno di fronte è la debolezza di un lattante.
Questi saggi trovano come traguardo della loro ricerca un neonato:
a questi cercatori del senso del loro potere Gesù bambino pone una domanda: "potere" è un sostantivo o un verbo?
È facile convincersi dell'affermazione "avere è potere".
La scommessa è di giungere a credere che "essere è potere".
È la differenza tra "potere" come sostantivo (il potere), e "potere" come verbo (potere fare, dire, ottenere).
Come test proviamo ad ascoltare e ad ascoltarci:
quante volte si pronuncia il verbo avere rispetto al verbo essere?
Abbiamo mai pensato a quale diversa sfumatura assume una frase detta col verbo essere piuttosto che col verbo avere?
Ad esempio: "io ho due figli" e "io sono padre di due figli".
Il concetto è il medesimo, la coscienza di identità è qualitativamente su due diversi piani di profondità.
È qui la scommessa dei due piani che Gesù mette in opposizione:
tra l'essere "sopra" (potere come sostantivo) e l'essere "per" (potere come verbo).
Non occorre essere direttori generali per cadere nell'abuso di potere.
Abuso di potere è far fare agli altri quello che non hai voglia di fare tu (quanto è quotidiano questo rischio per noi).
L'uso del potere è la disponibilità di cuore:
cosa posso fare per te? cosa è in mio potere fare per te adesso?
L'abuso del potere (come sostantivo) lascia una cicatrice, l'uso del potere (come verbo) lascia il segno.
I Magi non sono solo tre, nella storia ci sono stati tanti Magi, uomini cercatori di verità che sono arrivati davanti a quella culla che scardina preconcetti, provoca, e suggerisce un "potere" diverso.
Ne scelgo uno di questi Magi che attraversano la storia:
Sir Thomas More, primo ministro di Re Enrico VIII perde il posto di Gran Cancelliere di Inghilterra per conservare la coerenza delle sue idee, contro la decisione del Re di uno scisma con la Chiesa del Papa per fondare la nuova Chiesa Anglicana di Inghilterra. Verrà incarcerato e condannato a morte.
Come ministro ha esercitato il potere come sostantivo.
Come uomo libero, pur incatenato, ha esercitato il potere come verbo.
A lui Erasmo da Rotterdam dedica il suo libro "Elogio della follia".
San Thomas More è uno dei tanti grandi Magi della storia:
un cercatore di verità che ai piedi di quel Dio fatto bambino ha donato l'oro della sua vita, cioè la preziosità del suo essere e del suo futuro, l'incenso profumato della coerenza alle sue idee e ai suoi valori, la mirra cioè l'olio denso e prezioso dell'essenza di quella forza che lo ha portato a potere essere (verbo) un uomo libero proprio quando il potere (sostantivo) lo condannava a morte.
Così pregava Thomas More, così ci insegni ad essere Magi come lui:
“Dio, dammi la forza di cambiare le cose che si possono cambiare.
Dammi il coraggio di accettare le cose che non si possono cambiare.
Dammi il buonsenso di distinguere le prime cose dalle seconde.
Dammi, Dio, una buona digestione ed anche qualcosa da digerire.
Dammi la salute del corpo col buon umore necessario per mantenerla.
Dammi un'anima che non conosca la noia, i brontolamenti, i sospiri, i lamenti e non permettere che io mi crucci eccessivamente per quella cosa troppo ingombrante che si chiama io.
Dammi, o Signore, il senso del ridicolo.
Concedimi la grazia di comprendere uno scherzo, affinché conosca nella vita un po' di gioia e possa farne parte anche agli altri".


